20/07/2001




Quando la Roma vince lo scudetto

Stesse immagini di un anno fa, stesse imponenti coreografie umane, stesse maestose scenografie urbane - le piazze più belle del mondo: Piazza del Popolo, Fontana di Trevi, Piazza Venezia, Piazza Navona; imperatori, papi, principi, calciatori - il tutto avvolto in un turbinio di baci, abbracci, canti, sbandieramenti, pianti, denudamenti, bagni, clacson, trombette, motorini.
Addirittura stesse espressioni dialettali come "semo i campioni" ecc. Il tutto , ovviamente, non più ammantato di bianco-azzurro, bensì riverniciato con i colori municipali della città di Roma: il giallo ed il rosso.
Quinto scudetto per la città (il terzo della storia della Roma più i due conquistati dalla Lazio) e ruolo ritrovato di capitale calcistica (in definitiva: capitale sportiva) oltre che politica.
Trionfo sublime per almeno due motivi: primo perché si tratta di una vittoria finale ottenuta all'ultima giornata e dunque immensamente preziosa; secondo perché conseguita sconfiggendo i due avversari da sempre più odiati: i cugini capitolini dell'altra sponda del Tevere e la Juventus, la compagine più blasonata e più invidiata d'Italia, con cui anche ai tempi del secondo scudetto (buona parte degli anni '80) si accesero aspre rivalità e contestazioni.
Questo il bilancio di una prima, ovvia ma doverosa analisi dei dati. Il tutto accompagnato da rituali ma sinceri complimenti. Cerchiamo allora di commentare l'avvenimento più importante - così parrebbe - nella vita di migliaia e migliaia di persone, guardandolo da dentro e da fuori il calcio, e magari provando a non essere banali.
La Roma ha fatto suo uno dei più combattuti campionati di calcio al mondo e si cuce sulle maglie uno scudetto un po' particolare. Infatti si tratta di una volata a tre fino all'ultima giornata, e questo non succedeva dal 1973.
Volata che però è stata condotta in testa fin dalla prima giornata, e questa è un'altra rarità.
Rarità soprattutto per l'ambiente calcistico romano, notoriamente esagitato ed incline ai facili entusiasmi come alle rapide rassegnazioni; ma su questo ritorneremo.
Un campionato dunque estremamente logorante proprio per essere stata sempre lì davanti, secondo un fenomeno spesso riscontrato nel calcio e che curiosamente ricorda il principio per cui nel ciclismo conviene stare non fin da subito in testa e farsi invece tagliare l'aria dagli avversari. a strada. Un campionato dunque sempre ad osservare a distanza le avversarie dirette, prima con l'exploit della Fiorentina che però, perso presto il proprio allenatore turco Terim, ha rinunciato dopo non molto alla lotta; poi il perdersi per strada delle milanesi, formazioni composte da grandi campioni ma incapaci di aggregarsi, di formare quel famoso gruppo che pare sia indispensabile per raggiungere i grandi traguardi.
Quindi le avversarie più temibili: la Lazio, penalizzata dal cambio di allenatore in corsa con conseguente handicapp a cui solo troppo tardi la formazione di Zoff è riuscita a rimediare nel rendimento.
Ma soprattutto la Juve, che man mano che il campionato prendeva forma si candidava sempre più autorevolmente ad essere l'inseguitrice della Roma, fino al mancato aggancio dopo il confronto diretto proprio a Torino.
Da lì fino alla giornata conclusiva, sempre con l'imperativo categorico di non mollare, i bianconeri hanno dimostrato di possedere la nota "mentalità vincente" di cui le squadre romane sono di solito accusate di non avere. Accusa alla luce dei fatti infondata, ma sicuramente va riconosciuto alla formazione di Ancelotti il merito di aver costretto la Roma ha guadagnarsi la vittoria solo all'ultimo turno.
C'è poi il record dei punti conquistati, settantacinque, che esalta soprattutto gli attaccanti della squadra neo campione d'Italia: il capitano e prodotto del vivaio Totti, il fuoriclasse importato dal sudamerica Batistuta, gli ottimi acquisti come del Vecchio e Montella. Infine altre curiosità, come il primo giocatore giapponese a vincere lo scudetto, quel Nakata tanto utile in campo e soprattutto prezioso per gli sponsor ed i collegamenti satellitari. Allontaniamoci a poco a poco dal rettangolo verde, pur rimanendo nel mondo del calcio, per constatare il salto di qualità sancito da questo formidabile evento.
Già con lo scudetto vinto dalla società biancazzurra, con i miliardi spesi da Creso Cragnotti, ma anche con una gestione più imprenditoriale, con la quotazione in borsa della società, con le sempre più frequenti operazioni di merchandising (ad esempio il cambiamento di design della divisa), l'ambiente romano dimostrava di avvicinarsi a modelli "produttivi" più settentrionali, vedasi Milano e Torino.
Con lo scudetto rimasto a Roma si compie l'ultimo atto di un processo che ha portato alla formazione di vere e proprie aziende. Aziende che competono nel libero ed unificato mercato italiano ed europeo. Ma soprattutto capaci di incidere sul sociale come nessun altro tipo di impresa di qualunque altro settore produttivo. Se ad esempio la Fiat piazza una vettura al comando delle vendite in una determinata fascia di mercato le conseguenze sociali sono indubbiamente più rilevanti per la popolazione ma nessuno scenderebbe in piazza a festeggiare.
D'altra parte se la Ferrari (cioè l'Italia dell'automobilismo) vince il mondiale al massimo si registrano qualche carosello e le scampanellate nella piazza grande a Maranello; nel pomeriggio romano al termine delle competizioni erano un milione di persone. Ma accanto alle cifre, ai numeri, agli incassi, i problemi sempre più esasperati dello sport professionistico.
Ecco allora lo scudetto dei veleni, con gli scandali del doping e dei passaporti falsi, gli infortuni sempre più gravi per atleti sempre più pagati ma sempre più sfruttati, fisicamente e psicologicamente, sempre più "mercenari" e sempre meno giocatori-bandiera.
Eppure il calcio non molla, incalzato ma non scalzato da tanti altri sport e spettacoli, magari di origine lontana, anzi si radica sempre più negli interessi di quella che non è possibile definire sociologicamente meglio se non "folla".
Si radica in senso campanilistico, ad alimentare quella corrente di vanitosità, di orgoglio cittadino che nella nostra storia scorre come un fiume sotterraneo da sempre, tendenza marginale ma mai esaurita che può trovare manifestazioni inattese anche nel terzo millennio, come appunto il milione di tifosi in piazza, ma anche come i giuramenti di Pontida delle camice verdi . Protagonisti di questi carnevali di Rio a ben altre latitudini (e condizioni socio-economiche), ormai lo sappiamo, sono persone di ogni età, istruzione e censo.
Speriamo presto anche di ogni razza, ad emarginare ulteriormente quelle frange teppistiche e razziste che sembrano trovare un habitat se non proprio compiacente sicuramente tollerante (loro che tolleranti non sono) nelle curve degli stadi. Responsabilità morale che ovviamente passa in mano ai responsabili delle squadre-aziende. Un passo avanti sembra averlo fatto lo stesso pubblico romano, che stavolta ha invaso in massa il centro della capitale senza provocare (molti) danni alle cose o alle persone.
Non esiste più la rabbia sociale, oppure la rabbia sociale si esprime in altri modi?
Le cariche al popolo di Seattle durante il convegno di Goteborg sembrano dimostrare che appiattimento non c'è, semmai ci sono nuove problematiche che stentano a trovare le relative valvole di sfogo. Il calcio è ancora espressione di campanilismo e disagio sociale (oltre che, per fortuna, di una spettacolare ed affascinante competizione ad altissimo fattore umano) ma anche di un nuovo bisogno, tipico delle società complesse quali siamo diventati, di consenso sociale. Bisogno di condividere sogni e sensazioni, bisogno di fattori di aggregazione sociale alimentato dalla vita quotidiana, ogni giorno di più caratterizzata da una sempre maggiore competizione individuale. Bisogno, in definitiva, di comunicare, che nasce da una mediazione comunicativa composta da una superproduzione di stimoli e di contenitori che veicolano messaggi avvertiti come sempre meno autentici, sempre più superficiali.
PAOLO AMADIO

 

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