Stesse immagini di un anno fa, stesse
imponenti coreografie umane, stesse maestose scenografie
urbane - le piazze più belle del mondo: Piazza del Popolo,
Fontana di Trevi, Piazza Venezia, Piazza Navona; imperatori,
papi, principi, calciatori - il tutto avvolto in un
turbinio di baci, abbracci, canti, sbandieramenti, pianti,
denudamenti, bagni, clacson, trombette, motorini.
Addirittura stesse espressioni dialettali come "semo
i campioni" ecc. Il tutto , ovviamente, non più ammantato
di bianco-azzurro, bensì riverniciato con i colori municipali
della città di Roma: il giallo ed il rosso.
Quinto scudetto per la città (il terzo della storia
della Roma più i due conquistati dalla Lazio) e ruolo
ritrovato di capitale calcistica (in definitiva: capitale
sportiva) oltre che politica.
Trionfo sublime per almeno due motivi: primo perché
si tratta di una vittoria finale ottenuta all'ultima
giornata e dunque immensamente preziosa; secondo perché
conseguita sconfiggendo i due avversari da sempre più
odiati: i cugini capitolini dell'altra sponda del Tevere
e la Juventus, la compagine più blasonata e più invidiata
d'Italia, con cui anche ai tempi del secondo scudetto
(buona parte degli anni '80) si accesero aspre rivalità
e contestazioni.
Questo il bilancio di una prima, ovvia ma doverosa analisi
dei dati. Il tutto accompagnato da rituali ma sinceri
complimenti. Cerchiamo allora di commentare l'avvenimento
più importante - così parrebbe - nella vita di migliaia
e migliaia di persone, guardandolo da dentro e da fuori
il calcio, e magari provando a non essere banali.
La Roma ha fatto suo uno dei più combattuti campionati
di calcio al mondo e si cuce sulle maglie uno scudetto
un po' particolare. Infatti si tratta di una volata
a tre fino all'ultima giornata, e questo non succedeva
dal 1973.
Volata che però è stata condotta in testa fin dalla
prima giornata, e questa è un'altra rarità.
Rarità soprattutto per l'ambiente calcistico romano,
notoriamente esagitato ed incline ai facili entusiasmi
come alle rapide rassegnazioni; ma su questo ritorneremo.
Un campionato dunque estremamente logorante proprio
per essere stata sempre lì davanti, secondo un fenomeno
spesso riscontrato nel calcio e che curiosamente ricorda
il principio per cui nel ciclismo conviene stare non
fin da subito in testa e farsi invece tagliare l'aria
dagli avversari. a strada. Un campionato dunque sempre
ad osservare a distanza le avversarie dirette, prima
con l'exploit della Fiorentina che però, perso presto
il proprio allenatore turco Terim, ha rinunciato dopo
non molto alla lotta; poi il perdersi per strada delle
milanesi, formazioni composte da grandi campioni ma
incapaci di aggregarsi, di formare quel famoso gruppo
che pare sia indispensabile per raggiungere i grandi
traguardi.
Quindi le avversarie più temibili: la Lazio, penalizzata
dal cambio di allenatore in corsa con conseguente handicapp
a cui solo troppo tardi la formazione di Zoff è riuscita
a rimediare nel rendimento.
Ma soprattutto la Juve, che man mano che il campionato
prendeva forma si candidava sempre più autorevolmente
ad essere l'inseguitrice della Roma, fino al mancato
aggancio dopo il confronto diretto proprio a Torino.
Da lì fino alla giornata conclusiva, sempre con l'imperativo
categorico di non mollare, i bianconeri hanno dimostrato
di possedere la nota "mentalità vincente" di cui le
squadre romane sono di solito accusate di non avere.
Accusa alla luce dei fatti infondata, ma sicuramente
va riconosciuto alla formazione di Ancelotti il merito
di aver costretto la Roma ha guadagnarsi la vittoria
solo all'ultimo turno.
C'è poi il record dei punti conquistati, settantacinque,
che esalta soprattutto gli attaccanti della squadra
neo campione d'Italia: il capitano e prodotto del vivaio
Totti, il fuoriclasse importato dal sudamerica Batistuta,
gli ottimi acquisti come del Vecchio e Montella. Infine
altre curiosità, come il primo giocatore giapponese
a vincere lo scudetto, quel Nakata tanto utile in campo
e soprattutto prezioso per gli sponsor ed i collegamenti
satellitari. Allontaniamoci a poco a poco dal rettangolo
verde, pur rimanendo nel mondo del calcio, per constatare
il salto di qualità sancito da questo formidabile evento.
Già con lo scudetto vinto dalla società biancazzurra,
con i miliardi spesi da Creso Cragnotti, ma anche con
una gestione più imprenditoriale, con la quotazione
in borsa della società, con le sempre più frequenti
operazioni di merchandising (ad esempio il cambiamento
di design della divisa), l'ambiente romano dimostrava
di avvicinarsi a modelli "produttivi" più settentrionali,
vedasi Milano e Torino.
Con lo scudetto rimasto a Roma si compie l'ultimo atto
di un processo che ha portato alla formazione di vere
e proprie aziende. Aziende che competono nel libero
ed unificato mercato italiano ed europeo. Ma soprattutto
capaci di incidere sul sociale come nessun altro tipo
di impresa di qualunque altro settore produttivo. Se
ad esempio la Fiat piazza una vettura al comando delle
vendite in una determinata fascia di mercato le conseguenze
sociali sono indubbiamente più rilevanti per la popolazione
ma nessuno scenderebbe in piazza a festeggiare.
D'altra parte se la Ferrari (cioè l'Italia dell'automobilismo)
vince il mondiale al massimo si registrano qualche carosello
e le scampanellate nella piazza grande a Maranello;
nel pomeriggio romano al termine delle competizioni
erano un milione di persone. Ma accanto alle cifre,
ai numeri, agli incassi, i problemi sempre più esasperati
dello sport professionistico.
Ecco allora lo scudetto dei veleni, con gli scandali
del doping e dei passaporti falsi, gli infortuni sempre
più gravi per atleti sempre più pagati ma sempre più
sfruttati, fisicamente e psicologicamente, sempre più
"mercenari" e sempre meno giocatori-bandiera.
Eppure il calcio non molla, incalzato ma non scalzato
da tanti altri sport e spettacoli, magari di origine
lontana, anzi si radica sempre più negli interessi di
quella che non è possibile definire sociologicamente
meglio se non "folla".
Si radica in senso campanilistico, ad alimentare quella
corrente di vanitosità, di orgoglio cittadino che nella
nostra storia scorre come un fiume sotterraneo da sempre,
tendenza marginale ma mai esaurita che può trovare manifestazioni
inattese anche nel terzo millennio, come appunto il
milione di tifosi in piazza, ma anche come i giuramenti
di Pontida delle camice verdi . Protagonisti di questi
carnevali di Rio a ben altre latitudini (e condizioni
socio-economiche), ormai lo sappiamo, sono persone di
ogni età, istruzione e censo.
Speriamo presto anche di ogni razza, ad emarginare ulteriormente
quelle frange teppistiche e razziste che sembrano trovare
un habitat se non proprio compiacente sicuramente tollerante
(loro che tolleranti non sono) nelle curve degli stadi.
Responsabilità morale che ovviamente passa in mano ai
responsabili delle squadre-aziende. Un passo avanti
sembra averlo fatto lo stesso pubblico romano, che stavolta
ha invaso in massa il centro della capitale senza provocare
(molti) danni alle cose o alle persone.
Non esiste più la rabbia sociale, oppure la rabbia
sociale si esprime in altri modi?
Le cariche al popolo di Seattle durante il convegno
di Goteborg sembrano dimostrare che appiattimento non
c'è, semmai ci sono nuove problematiche che stentano
a trovare le relative valvole di sfogo. Il calcio è
ancora espressione di campanilismo e disagio sociale
(oltre che, per fortuna, di una spettacolare ed affascinante
competizione ad altissimo fattore umano) ma anche di
un nuovo bisogno, tipico delle società complesse quali
siamo diventati, di consenso sociale. Bisogno di condividere
sogni e sensazioni, bisogno di fattori di aggregazione
sociale alimentato dalla vita quotidiana, ogni giorno
di più caratterizzata da una sempre maggiore competizione
individuale. Bisogno, in definitiva, di comunicare,
che nasce da una mediazione comunicativa composta da
una superproduzione di stimoli e di contenitori che
veicolano messaggi avvertiti come sempre meno autentici,
sempre più superficiali.
PAOLO AMADIO