25/ 10/2002



 


Conferenza

della Accademia Nazionale dei Lincei

sulle

Privatizzazioni in Europa

Servizio di Alceste Rilli

Venerdì 11 ottobre 2002 nelle sale di palazzo Corsini, sede dell’Accademia dei Lincei, alla presenza del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, organizzato dalla fondazione IRI, si è tenuto un convegno sulle privatizzazioni in Europa.

Ha aperto i lavori il presidente dell’accademia nazionale dei Lincei, Edoardo Vesentini, il quale ha ricordato l’impegno della prestigiosa accademia nelle scienze economiche e dell’importanza della ricerca anche in questo campo scientifico. Ha poi preso la parola il presidente della fondazione IRI, Piero Gnudi, che ha ricordato che, anche se altri esempi non erano mancati in precedenza, l’inizio della via verso le privatizzazioni come scelta politica vanno fatte risalire al 1978 con il governo conservatore britannico. Le privatizzazioni saranno le protagoniste dell’allargamento dell’Europa verso est. Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, diede impulso a questo processo. La funzione dell’IRI fu di restituire al mercato importanti aziende dopo aver fatte loro superare le crisi. I valori della capitalizzazione in borsa rispetto al PIL si è triplicato nel processo. Quanto è stato fatto dall’Italia nel campo delle privatizzazioni non ha paragoni nel mondo nei tempi recenti e considerato il periodo di tempo durante il quale tali privatizzazioni sono state realizzate. La borsa di Milano è stata trasformata da asfittica ad una delle più brillanti borse. Il presidente della fondazione IRI ha ricordato che ci sono dei ripensamenti dovuti sia ai risultati delle privatizzazioni sia al fatto che oramai il processo di privatizzazione è in avanzato stato. L’IRI ha dato un apporto determinante sullo scenario mondiale ed ora passerà la mano alla Fondazione IRI.

Ha poi preso la parola William Megginsson dell’università dell’Oklahoma. Egli ha detto che negli ultimi due anni il processo di privatizzazione è in stallo. C’è ora poco da vendere ma il processo di privatizzazione giocherà ancora un ruolo. Alcuni esempi di privatizzazione prima che il progetto divenisse dichiaratamente politico furono la vendita in Germania nel 1961 di azioni Volkswagen e Weber. Le azioni di British Telecom nel 1984 vendettero bene. Per molti indicatori l’effetto risultò positivo. In generale come conseguenza l’occupazione diminuì. Il numero degli azionisti aumentò di un ordine di grandezza. Il motivo dello stallo è che il valore delle azioni di borsa è caduto. La recessione economica tecnicamente è finita ma si possono avere altre cadute. L’intero settore delle telecomunicazioni, che è stato con successo privatizzato, si è dissolto. Il valore delle azioni ha perso praticamente la totalità del suo valore (ha perso il 90%). Alla gente non piace vedere che il controllo governativo non c’è più. Il fatto più preoccupante per il futuro è che questa decisione ideologica di privatizzare ha ora come conseguenza drammatica che il prestigio della comunità degli affari americana si è dissolto. Il cattedratico ha poi proposto quattro imperativi: 1) Economico. Se non si privatizza, che altro si può fare? ; Gli stati hanno dei problemi di bilancio. E’ però vero che con le privatizzazioni non si creano aziende come Microsoft, che si creano in altro modo; 2) Fiscale. Gli USA e molti in Europa hanno grandi deficit e debiti. Con le privatizzazioni si creano entrate per diminuire le tasse. Quindi ci sarà una tendenza a vendere beni dello stato; 3) Industriale. Un'azienda posseduta dallo stato ha difficoltà a fare acquisizioni all’estero nell’ambito della privatizzazione; 4) Pensionistico. I fondi pensioni verranno usati per le ulteriori privatizzazioni. Oggi le più grandi aziende sono privatizzate. Gli USA sono pro-Europa. Il Giappone è in recessione. Gli USA stanno per entrare in un periodo di deflazione.

E’ quindi intervenuto Domenico Siniscalco, direttore generale del mistero dell’economia e delle finanze. Fino al 1997 i parametri relativi alle privatizzazioni erano in salita. Poi nel 2000 c’è stato il crollo verticale. Ogni anno si è avuta una diminuzione del 50%. Tali parametri sono ancora oggi in discesa. Le ragioni sono: 1) debolezza dei mercati (le privatizzazioni si fanno quando i valori di mercato sono elevati); 2) non c’è più molto da vendere. In Italia ci sono ancora 80 miliardi di euro da vendere e cifre simili si hanno per gli altri paesi. In Italia il 40% del valore delle aziende vendute è ancora detenuto dallo stato. I dati mostrano che i paesi che privatizzano di più sono quelli che hanno 1) i più elevati rapporti debito/pil; 2) mercati di capitali liquidi ampi; 3) sistemi politici maggioritari (con le privatizzazioni gli insider perdono potere). Se si confrontano le elasticità [la importanza, ndr] dei suddetti fattori sul processo di decisione se privatizzare o no il rapporto debito/pil risulta il fattore più importante mentre anche la presenza di ampi capitali liquidi è importante ma di peso minore. Si deve tenere presente che il valore dei mercati è sceso. Il rapporto debito/pil è nel frattempo calato. Però, tranne che nel Regno Unito i rapporti debito/pil stanno ridivenendo critici e la Francia potrebbe privatizzare ancora. In Italia si venderà forzando le resistenze di chi deve comprare (ente Tabacchi). Verranno separate le reti dai servizi. Bisognerà forzare gli investitori tradizionali andando a pescare nelle previdenze integrative [ma la parola previdenza presuppone poter determinare il valore delle pensioni nel futuro, ndr]. Gli investitori tradizionali hanno contribuito per lo 0.2% al processo di privatizzazione contro il 30% in Europa.

Ha poi preso la parola Yves Gaudemet, dell’università di Parigi II. In Francia il processo di privatizzazione è stato molto importante, se non il più importante. La sinistra ha privatizzato più della destra [questo non deve sorprendere visto che si è trattato di un processo di distruzione del risparmio individuale, ndr]. Con il primo ministro Fabius si sono avuti 30 miliardi di euro di privatizzazioni. Non c’è più molto da privatizzare. Per Air France il problema non è un problema di principio ma di modalità. Si deve assicurare il servizio pubblico. A volte c’è confusione nel vocabolario delle parole che si usano. Il processo di privatizzazione intacca i principi costituzionali. La nazionalizzazione è un dato costituzionale. Si tratta di sostituire il controllo privato al controllo pubblico. Vendere delle partecipazioni minoritarie non è privatizzare. Nei casi di , Renault, France Telecom, Edf e Gas de France, la maggioranza del capitale rimane pubblico. Si tratta di servizi pubblici. Nella distribuzione si ha la gestione del servizio pubblico da parte di privati. Il diritto sulle privatizzazioni è chiaro quando si vuole nazionalizzare o privatizzare. Le modalità con cui ciò viene realizzato vanno modificate. Alcune cose non sono privatizzabili (e.g. industria degli armamenti). La privatizzazione si farà come si fece la nazionalizzazione: nel rispetto della proprietà privata. Per le aziende privatizzate vale una regime giuridico particolare.

E’ quindi intervenuto Mark Thatcher della London school of economics [nonché, credo, figlio di Margaret, ndr]. Nel Regno Unito si sono avute le prime e più massicce privatizzazioni. Tale azione ha costituito un esempio per gli altri. Dopo le privatizzazioni i governi hanno la funzione di regolare. Le funzioni dello stato sono state vendute finendo fuori delle competenze statali. Lo stato ha finito di essere un fornitore diretto e ha assunto il ruolo di solo regolatore. Negli anni ottanta si privatizzò British Petroleum e poi ci si rivolse verso le utilities e le ferrovie. Il governo Blair ha rivolto l’attenzione alla privatizzazione del controllo del traffico aereo. L’unica azienda che non è stata coinvolta sono le poste. Le abitazioni realizzate col denaro pubblico sono state vendute quasi per intero. Lo stato deve stare fuori dagli ospedali, le scuole, i trasporti. Le ragioni per le privatizzazioni sono 1) trovare denari per il governo (the Exchequer) e 2) liberarsi dal controllo del ministero del tesoro per poter spendere e investire a piacimento. Questo è il concetto di privatizzazione. La alta dirigenza era contraria. Ne risultò che le aziende si trovarono in una situazione protetta con in più la possibilità di essere liberi dal ministero del tesoro. Il mercato costituì una forza che spinse positivamente verso le privatizzazioni. Gli azionisti non vogliono che il governo interferisca. Si richiese che i prezzi di vendita fossero bassi. Molte privatizzazioni (e.g. l’acqua) furono impopolari. Si è avuta la privatizzazione con una limitata liberalizzazione. Si sono avuti diversi effetti. Ci fu una controreazione alle privatizzazioni e non si è avuta una deregolamentazione, al contrario lo stato è divenuto sempre più coinvolto nella regolazione di dettaglio. Lo stato non si è potuto ritirare da molti settori come le ferrovie dove il governo profuse molti denari. Questo è successo anche nel campo dell’energia in genere. Le aziende ridussero i costi. Ma poi vennero acquisite da società straniere (USA, Francia). Si ebbe una espansione internazionale. Si verificò la caduta del valore delle azioni. “Non è certo la storia di un successo”. Per i consumatori c’è una certa maggiore scelta, una certa migliore qualità, una ridistribuzione delle tariffe. In precedenza le industrie sovvenzionavano le spese delle utenze abitative.

E’ quindi intervenuto Arnim von Bogdandy, direttore dell’istituto Max Planck, il quale ha effettuato il suo intervento, per i modi, di grande presa, in perfetto italiano. Ha iniziato citando Einaudi, nella lettera, dicendo che non esistono vie di mezzo. In Germania le privatizzazioni sono in effetti state fatte a metà. Lo stato è sia proprietario che regolatore. E’ un sistema che non funziona. Se una cosa si inizia bisogna portarla fino in fondo. Lo stato non deve più essere proprietario, bensì regolatore. Contrariamente a certe percezioni, l’economia tedesca non è mai stata di stato, bensì è sempre stata una economia di mercato. Non ci sono state IRI, non ci sono state nazionalizzazioni. Ma lo stato ha avuto in realtà un ruolo centrale fin dal Bismark. Sia lo stato che i comuni fornirono servizi. E’ da notare come Heidegger sviluppa la visione di una stato che protegge il più debole e fragile proprio nell’ambito della cultura negativa del nazismo. Il cittadino era soddisfatto. Si crearono dei monopoli naturali e veniva applicati il principio di sussidiarietà dove lo stato interveniva solo laddove attori a più basso livello istituzionale non erano in grado di gestire con successo. Il processo di privatizzazione è stato diverso per i laender dell’ovest e quelli dell’est. Per l’est si trattava di privatizzare un'intera economia. La Treuhandanstalt, il servizio fiduciario che condusse le privatizzazioni, privatizzò 25,000 aziende maggiori e altrettante piccole imprese (cinema, negozi, etc.). Furono creati 1,500,000 posti di lavoro. L’esperto ha intenzionalmente fatto un breve accenno lievemente sarcastico nel precisare che non si è stabilito quanti posti di lavoro furono contemporaneamente distrutti. Lo stato profuse una gran quantità di soldi. Nel 1994 la Treuhandanstalt venne chiusa. La perdurante miseria all’est viene oggi attribuita al crollo del sistema organizzativo dell’Unione Sovietica e alla scelta di attribuire pari valore ai marchi dell’est e dell’ovest. Per quanto riguarda la Germania ovest dal 1984 si sono fatte molte vendite. C’è stata la privatizzazione di enti federali. Nel 1994 è stata fatta una legge per le poste dividendola in tre società per azioni che si occupano di trasporti, attività bancarie e telecomunicazioni. In Germania è stata risolta una lunga controversia stabilendo che il diritto privato non si piega di fronte alle esigenze dello stato. Con la legge sulle telecomunicazioni e sulle poste si è stabilito che “lo stato non deve remare ma deve guidare”. Lo stato quindi si ritira ma mantiene la responsabilità. Si deve assicurare la concorrenza. Ci deve essere uno stretto controllo e probabilmente ci dovrà essere un nuovo tipo di diritto amministrativo. E’ stata creata una autorità specifica ma essa non è totalmente indipendente dal potere politico perché ciò è anticostituzionale eccezion fatta per la banca centrale. Il mantenimento da parte dello stato dell’influenza sulle banche è un fattore positivo. Il 29% delle poste è stato venduto. Le privatizzazioni sono state fatte per fini fiscali. In Germania i comuni hanno problemi di bilancio: devono ridurre i servizi e quindi vendono.

Ha poi preso la parola Luis Ortega dell’univeristà di Castiglia sottolineando come l’invito a partecipare a questo convegno, che venti anni fa non sarebbe stato fatto, testimonia del successo spagnolo in campo economico. Tale successo è stato dovuto alla privatizzazione. Ciò conferma il modo di vedere di Napoleone che il migliore argomento è la vittoria.

E’ quindi intervenuto [nome e cognome]. L’IRI nacque in seguito alla crisi del 1929. L’Italia oggi non ha grandi gruppi. Per gli stati è molto importante, nel processo di privatizzazione, a che prezzo si riescono a vendere le aziende.

Ha preso quindi la parola Giulio Tremonti. Esaminando le entrate fiscali del 1870 si vede che sono uguali alle entrate patrimoniali [cioè tutte le tasse venivano impiegate per aumentare i beni dello stato, ndr]. Con la cartolarizzazione si intende esprimere un simile concetto. La privatizzazione è il processo opposto. Essa comporta il passaggio delle aziende da enti a società per azioni, cioè il capitalismo per eccellenza. Oggi vi è una crisi della ideologia delle privatizzazioni. Tremonti ha sostenuto che per spiegare la crisi si dovrebbero comprendere fenomeni enormemente complessi. Ha ipotizzato la necessità di un new deal ed ha concluso affermando che si seguirà la logica “mercato quando opportuno, pubblico se necessario”.

Il ministro del tesoro polacco, Wieslaw Kaczmarek, ha ricordato che con il tavolo rotondo del 1990 si passò in Polonia da una economia completamente pianificata e controllata dal collettivo dei sindacati alle public companies. Per fare questo fu necessario introdurre il concetto di azioni di borsa. Cinquemila aziende vennero privatizzate ma senza introdurre la necessaria struttura giuridica. Esistevano solo due leggi: il codice del commercio e la legge sulle privatizzazioni. Non vi erano le professionalità per la competizione, l’orientamento verso il mercato. Quindi l’evoluzione non si può paragonare a quella degli altri paesi europei. I sindacati furono i protagonisti della rivoluzione ed avevano il controllo della situazione. Dopo 12 anni il 70% delle aziende è vicina alla bancarotta. Il 72% del GDP polacco è prodotto da aziende privatizzate. Il goal è di ridurre ulteriormente la presenza dello stato. L’investimento straniero in Polonia è oggi di 56 miliardi di dollari (non euro) all’anno da confrontare con un milione di dollari all’anno precedentemente. Delle 69 banche commerciali che operano nel paese solo 6 sono controllate dallo stato. Tali 6 banche sono necessarie come consulenti dello stato nei processi futuri. C’è ancora bisogno di trovare investitori per la fortissima industria dell’acciaio polacca, retaggio dell’organizzazione del Comecon che attribuiva alla Polonia la responsabilità della produzione di acciaio. Comunque non si privatizzerà più giusto per privatizzare. Nel 1991 la Polonia voleva privatizzare tutto in tre anni. La privatizzazione non è un problema economico, bensì un programma sociale. Alla presenza di Romano Prodi il ministro polacco ha affermato che in Polonia gli introiti ricavati dalle privatizzazioni verranno usati per sovvenzionare la produzione di gas. La Polonia è al 75% del suo processo di privatizzazione.

Ignacio Ruiz Jarabo Colomer, presidente della società statale spagnola per le partecipazioni statali ha affermato che il processo di privatizzazione sta subendo un rallentamento. Ha messo in evidenza che per quantizzare le privatizzazioni non si deve usare come parametro il prezzo di vendita. Ha fatto l’esempio della società Aerolineas Argentinas che è stata privatizzata per un euro. Non menzionando i problemi del mercato elettrico, ha affermato che in Spagna le privatizzazioni sono state un fatto positivo per tutti i parametri. Intendendo rispondere ad un precedente oratore, ha portato la Spagna ad esempio perché la fabbrica che produce le munizioni per la Spagna è ora una società americana, la General Dynamics. Egli non ha elaborato il concetto. Ha sollevato un interessante punto affermando che l’Europa delle imprese europee deve ancora essere costruita.

Ha concluso i lavori il presidente della commissione europea, Romano Prodi, già presidente dell’IRI. Le privatizzazioni hanno cambiato la struttura politica e sociale europea. Dappertutto è stato ridotto il contributo pubblico nelle economie miste. Ma nell’ultimo biennio tutto è andato in crisi. Il problema viene attribuito alle borse. Ciò che era appetibile per il mercato (tranne EdF) è stato privatizzato. Le ferrovie inglesi non hanno trovato una collocazione sul mercato. “Oggi non abbiamo più la mitizzazione folle delle privatizzazioni”. Il caso Enron ha mostrato un livello di corruzione superiore a quella italiana. L’Europa può ora giocare un ruolo perché sono state fatte le privatizzazioni. L’Europa punterà su un capitalismo che non sia la ripetizione di quello americano. Né in Germania né in Italia le casse di risparmio della comune tradizione che andava da Firenze ad Amburgo, non sono state privatizzate. Si deve cercare di rimediare agli errori del capitalismo moderno. La privatizzazione un po’ c’è stata, ma la liberalizzazione no. La concorrenza è aumentata. Dopo il Regno Unito, il paese che ha privatizzato di più [in tempi meno felici, ndr] è stato l’Italia. Alcune privatizzazioni l’Italia le fece già negli anni ottanta quando privatizzare era molto più difficile perché non c’era l’euro e le industrie coinvolte, con 25,000 dipendenti, perdevano soldi. Si tratterà per il futuro di correggere i comportamenti delle aziende e controllare gli aiuti dati dallo stato. Il trattato europeo in proposito è neutro dal punto di vista della proprietà. Molte imprese oggi, se non ricevono aiuti dallo stato, in termini di appalti, concessioni etc, vanno in fallimento. Le privatizzazioni non hanno affatto creato nuovi dirigenti di successo. Il contributo delle privatizzazioni alle casse dello stato negli anni dal 1992 al 2000 è stato molto forte. Il processo di privatizzazione è stato reso possibile dalle nuove tecnologie (e.g. la telefonia). Oggi l’Europa non ha strumenti validi per creare una valida regolamentazione. Negli USA invece è stato possibile reagire prontamente al caso Enron con la opportuna regolamentazione.

Nota del redattore ALCESTE RILLI

In Italia la ostinazione a creare artificiali concorrenti continua nonostante da tempo negli Stati Uniti si sia riconosciuta come fallimentare tale scelta ideologica, con il tentato ritorno delle baby Bell ad AT&T e della General Electric al suo core business.

Pur riconoscendo che i toni autocelebratori dei protagonisti delle privatizzazioni, che riempivano la sala, sono stati tenuti al minimo, non si è data grande enfasi alla drammatica distruzione di risparmio verificatasi. Dentro la sala, se fossero rimasti prigionieri del proprio mito, avrebbero dovuto essere presenti molte vittime di questa distruzione di risparmio. A meno che la profonda conoscenza dei fatti più intimi, ma mai “insider”, non abbia salvato tali esperti dalla sorte di molti altri.

Nel convegno si è detto “Noi le privatizzazioni le abbiamo fatte bene, è stata una catastrofe solo per colpa delle azioni che sono crollate”. Anche e soprattutto nelle economie non pianificate si ha il dovere di cercare di prevedere gli effetti delle proprie decisioni. E’ ovvio che l’immissione di fortissime quantità di beni fatalmente farà diminuire il valore che i mercati attribuiranno ai beni medesimi. E’ questa la causa principale della caduta del valore delle azioni. Un esempio chiaro è stato fornito da uno degli intereventi in cui si è detto dei due grattacieli che prima ospitavano il ministero delle finanze e che verranno ora messi sul mercato e potrebbero, a caso, divenire anche degli alberghi. L’idea che sbattere così sul mercato tali strutture senza i tempi propri per la metabolizzazione possa creare forte perturbativa in basso del valore delle azioni degli alberghi non sembra essere entrata a far parte delle considerazioni su tale decisione. Il valore delle azioni non è crollato per disgrazia, ma proprio come diretta conseguenza del dumping di tante strutture non metabolizzabili dal mercato. Senza contare che dirigenti competenti non si creano quando cade tanta manna dal cielo. Quindi la caduta dei valori di borsa è una conseguenza diretta delle privatizzazioni. Questo è poi esacerbato dalla concomitanza di altre cause congiunturali come la fine della creazione di ricchezza per l’ovest da parte dell’Unione Sovietica, l’inizio delle politiche aziendali dei risparmi contabili (l’esatto opposto dell’imprenditorialità)[1], l’enorme quantità di risparmi distrutta nella fittizia nuova economia, l’attacco portato con l’enorme capitale arabo. La corruzione è stata come conseguenza denunciata perché non si è più potuto continuare a dichiarare risultati portentosi.

Nel gioco del biliardo per segnare un punto è necessario prima dichiarare in quale buca si intende mandare la palla. In questo caso delle privatizzazioni gli obiettivi per poter dichiarare un successo non sono neanche stati dichiarati; così di fronte alla perdita del 90% del valore delle azioni ci si può anche amenamente chiedere se si tratti di una catastrofe o semplicemente della fine di un ciclo. Che i valori si rialzeranno è certo, ma il fallimento totale rimane.

Per il caso Enel vale la pena di ricordare che Enel fu obbligata a vendere entro una certa data. Un modo di fare contrario a tutte le più elementari regole del mercato. Un azionista che impone alla sua azienda una data per la vendita è un azionista suicida. Le azioni Enel inoltre sono deboli (nonostante gli aiuti artati come l’annullamento dei crediti fiscali) perché, nonostante Enel occupi un mercato molto appetibile (con le tariffe elettriche più alte nel mondo), a causa della rinuncia a produrre energia nucleare, ha un costo reale di produzione del kWh che è un ordine di grandezza superiore a quello dei concorrenti.

Un altro caso è la Fiat la quale, sapendo di avere i costi indotti dall’energia (compresi i mancati introiti di chi deve comprare le sue auto) esorbitanti rispetto alla concorrenza (ogni azienda può operare nel mondo solo se ha una solida base nel suo paese), ha dovuto cercare di fare di tutto per evitare l’entrata nell’euro.

Nel “processo di privatizzazione” si è ignorato quanto insegna George Will e cioè che nel capitalismo maturo il libero mercato è un progetto governativo (abbiamo sentito parlare di libero mercato finché ci sono state le regole del forte governo USA).

Una prospettiva raccapricciante si è avuta dalle dichiarate intenzioni, siccome non si avrà più il consenso dei singoli cittadini a comprare azioni, di vincere la riluttanza dei privati attraverso il forzato prelievo, da parte delle banche, dei fondi pensione (e se tutto continua così la loro distruzione). Più che la vittoria del pensiero di Ayn Rand, sembra il trionfo della più deteriore burocrazia “pubblica” con le sue manone e manacce.

Si noti che, per chi acquisì le aziende, far crollare il valore delle azioni significa annullare il valore del debito contratto.

[1] Si sono veramente seguite le gesta di colui il quale aveva addestrato il suo somaro a non mangiare: “adesso che c’ero riuscito è morto”. Per il momento si può sperare che sia solo svenuto.

 

 

 

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