Venerdì 11
ottobre 2002 nelle sale di palazzo
Corsini, sede dell’Accademia
dei Lincei, alla presenza del Presidente
della Repubblica, Carlo Azeglio
Ciampi, organizzato dalla fondazione
IRI, si è tenuto un convegno sulle
privatizzazioni in Europa.
Ha aperto i lavori il presidente
dell’accademia nazionale dei Lincei,
Edoardo Vesentini, il quale ha ricordato
l’impegno della prestigiosa accademia nelle scienze
economiche e dell’importanza della ricerca anche in
questo campo scientifico. Ha poi preso la parola il
presidente della fondazione IRI, Piero
Gnudi, che ha ricordato che, anche se altri
esempi non erano mancati in precedenza, l’inizio della
via verso le privatizzazioni come scelta politica vanno
fatte risalire al 1978 con il governo conservatore britannico.
Le privatizzazioni saranno
le protagoniste dell’allargamento
dell’Europa verso est. Il Presidente della
Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi,
diede impulso a questo processo. La funzione dell’IRI
fu di restituire al mercato importanti aziende
dopo aver fatte loro superare le crisi. I valori della
capitalizzazione in borsa rispetto al PIL si è
triplicato nel processo. Quanto è stato fatto
dall’Italia nel campo delle privatizzazioni non ha paragoni
nel mondo nei tempi recenti e considerato il periodo
di tempo durante il quale tali privatizzazioni sono
state realizzate. La borsa di Milano è stata
trasformata da asfittica ad una delle più brillanti
borse. Il presidente della fondazione IRI ha ricordato
che ci sono dei ripensamenti dovuti sia ai risultati
delle privatizzazioni sia al fatto che oramai il processo
di privatizzazione è in avanzato stato. L’IRI
ha dato un apporto determinante sullo scenario mondiale
ed ora passerà la mano alla Fondazione IRI.
Ha poi preso la parola William
Megginsson dell’università dell’Oklahoma.
Egli ha detto che negli ultimi due anni il processo
di privatizzazione è in stallo. C’è ora
poco da vendere ma il processo di privatizzazione giocherà
ancora un ruolo. Alcuni esempi di privatizzazione prima
che il progetto divenisse dichiaratamente politico furono
la vendita in Germania nel 1961 di azioni
Volkswagen e Weber.
Le azioni di British Telecom
nel 1984 vendettero bene. Per molti indicatori
l’effetto risultò positivo. In generale come
conseguenza l’occupazione diminuì. Il numero
degli azionisti aumentò di un ordine di grandezza.
Il motivo dello stallo è che il valore delle
azioni di borsa è caduto. La recessione economica
tecnicamente è finita ma si possono avere altre
cadute. L’intero settore delle telecomunicazioni, che
è stato con successo privatizzato, si è
dissolto. Il valore delle azioni ha perso praticamente
la totalità del suo valore (ha perso il 90%).
Alla gente non piace vedere che il controllo governativo
non c’è più. Il fatto più preoccupante
per il futuro è che questa decisione ideologica
di privatizzare ha ora come conseguenza drammatica che
il prestigio della comunità degli affari americana
si è dissolto. Il cattedratico ha poi proposto
quattro imperativi: 1) Economico.
Se non si privatizza, che altro si può fare?
; Gli stati hanno dei problemi di bilancio. E’ però
vero che con le privatizzazioni non si creano aziende
come Microsoft, che si creano in altro modo; 2) Fiscale.
Gli USA e molti in Europa hanno grandi deficit e debiti.
Con le privatizzazioni si creano entrate per diminuire
le tasse. Quindi ci sarà una tendenza a vendere
beni dello stato; 3) Industriale.
Un'azienda posseduta dallo stato ha difficoltà
a fare acquisizioni all’estero nell’ambito della privatizzazione;
4) Pensionistico.
I fondi pensioni verranno usati per le ulteriori privatizzazioni.
Oggi le più grandi aziende sono privatizzate.
Gli USA sono pro-Europa. Il Giappone è in recessione.
Gli USA stanno per entrare in un periodo di deflazione.
E’ quindi intervenuto Domenico
Siniscalco, direttore generale del mistero dell’economia
e delle finanze. Fino al 1997 i parametri relativi alle
privatizzazioni erano in salita. Poi nel 2000 c’è
stato il crollo verticale. Ogni anno si è avuta
una diminuzione del 50%. Tali parametri sono ancora
oggi in discesa. Le ragioni sono: 1) debolezza dei mercati
(le privatizzazioni si fanno quando i valori di mercato
sono elevati); 2) non c’è più molto da
vendere. In Italia ci sono ancora 80 miliardi di euro
da vendere e cifre simili si hanno per gli altri paesi.
In Italia il 40% del valore delle aziende vendute è
ancora detenuto dallo stato. I dati mostrano che i paesi
che privatizzano di più sono quelli che hanno
1) i più elevati rapporti debito/pil; 2) mercati
di capitali liquidi ampi; 3) sistemi politici maggioritari
(con le privatizzazioni gli insider perdono potere).
Se si confrontano le elasticità [la importanza,
ndr] dei suddetti fattori sul processo di decisione
se privatizzare o no il rapporto debito/pil risulta
il fattore più importante mentre anche la presenza
di ampi capitali liquidi è importante ma di peso
minore. Si deve tenere presente che il valore dei mercati
è sceso. Il rapporto debito/pil è nel
frattempo calato. Però, tranne che nel Regno
Unito i rapporti debito/pil stanno ridivenendo critici
e la Francia potrebbe privatizzare ancora. In Italia
si venderà forzando le resistenze di chi deve
comprare (ente Tabacchi). Verranno separate le reti
dai servizi. Bisognerà forzare gli investitori
tradizionali andando a pescare nelle previdenze integrative
[ma la parola previdenza presuppone poter determinare
il valore delle pensioni nel futuro, ndr]. Gli investitori
tradizionali hanno contribuito per lo 0.2% al processo
di privatizzazione contro il 30% in Europa.
Ha poi preso la parola Yves
Gaudemet, dell’università di Parigi
II. In Francia il processo di privatizzazione è
stato molto importante, se non il più importante.
La sinistra ha privatizzato più della destra
[questo non deve sorprendere visto che si è trattato
di un processo di distruzione del risparmio individuale,
ndr]. Con il primo ministro Fabius
si sono avuti 30 miliardi di euro di privatizzazioni.
Non c’è più molto da privatizzare. Per
Air France il problema
non è un problema di principio ma di modalità.
Si deve assicurare il servizio pubblico. A volte c’è
confusione nel vocabolario delle parole che si usano.
Il processo di privatizzazione intacca i principi costituzionali.
La nazionalizzazione è un dato costituzionale.
Si tratta di sostituire il controllo privato al controllo
pubblico. Vendere delle partecipazioni minoritarie non
è privatizzare. Nei casi di , Renault,
France Telecom,
Edf e Gas
de France, la maggioranza del capitale rimane
pubblico. Si tratta di servizi pubblici. Nella distribuzione
si ha la gestione del servizio pubblico da parte di
privati. Il diritto sulle privatizzazioni è chiaro
quando si vuole nazionalizzare o privatizzare. Le modalità
con cui ciò viene realizzato vanno modificate.
Alcune cose non sono privatizzabili (e.g. industria
degli armamenti). La privatizzazione si farà
come si fece la nazionalizzazione: nel rispetto della
proprietà privata. Per le aziende privatizzate
vale una regime giuridico particolare.
E’ quindi intervenuto
Mark Thatcher della
London school of economics [nonché,
credo, figlio di Margaret, ndr]. Nel Regno Unito si
sono avute le prime e più massicce privatizzazioni.
Tale azione ha costituito un esempio per gli altri.
Dopo le privatizzazioni i governi hanno la funzione
di regolare. Le funzioni dello stato sono state vendute
finendo fuori delle competenze statali. Lo stato ha
finito di essere un fornitore diretto e ha assunto il
ruolo di solo regolatore. Negli anni ottanta si privatizzò
British Petroleum e poi ci si rivolse verso
le utilities e le ferrovie. Il governo Blair
ha rivolto l’attenzione alla privatizzazione
del controllo del traffico aereo. L’unica azienda che
non è stata coinvolta sono le poste. Le abitazioni
realizzate col denaro pubblico sono state vendute quasi
per intero. Lo stato deve stare fuori dagli ospedali,
le scuole, i trasporti. Le ragioni per le privatizzazioni
sono 1) trovare denari per il governo (the Exchequer)
e 2) liberarsi dal controllo del ministero del tesoro
per poter spendere e investire a piacimento. Questo
è il concetto di privatizzazione. La alta dirigenza
era contraria. Ne risultò che le aziende si trovarono
in una situazione protetta con in più la possibilità
di essere liberi dal ministero del tesoro. Il mercato
costituì una forza che spinse positivamente verso
le privatizzazioni. Gli azionisti non vogliono che il
governo interferisca. Si richiese che i prezzi di vendita
fossero bassi. Molte privatizzazioni (e.g. l’acqua)
furono impopolari. Si è avuta la privatizzazione
con una limitata liberalizzazione. Si sono avuti diversi
effetti. Ci fu una controreazione alle privatizzazioni
e non si è avuta una deregolamentazione, al contrario
lo stato è divenuto sempre più coinvolto
nella regolazione di dettaglio. Lo stato non si è
potuto ritirare da molti settori come le ferrovie dove
il governo profuse molti denari. Questo è successo
anche nel campo dell’energia in genere. Le aziende ridussero
i costi. Ma poi vennero acquisite da società
straniere (USA, Francia). Si ebbe una espansione internazionale.
Si verificò la caduta del valore delle azioni.
“Non è certo la storia di un successo”. Per i
consumatori c’è una certa maggiore scelta, una
certa migliore qualità, una ridistribuzione delle
tariffe. In precedenza le industrie sovvenzionavano
le spese delle utenze abitative.
E’ quindi intervenuto Arnim
von Bogdandy, direttore dell’istituto Max
Planck, il quale ha effettuato il suo intervento,
per i modi, di grande presa, in perfetto italiano. Ha
iniziato citando Einaudi,
nella lettera, dicendo che non esistono vie di mezzo.
In Germania le privatizzazioni sono in effetti state
fatte a metà. Lo stato è sia proprietario
che regolatore. E’ un sistema che non funziona. Se una
cosa si inizia bisogna portarla fino in fondo. Lo stato
non deve più essere proprietario, bensì
regolatore. Contrariamente a certe percezioni, l’economia
tedesca non è mai stata di stato, bensì
è sempre stata una economia di mercato. Non ci
sono state IRI, non ci sono state nazionalizzazioni.
Ma lo stato ha avuto in realtà un ruolo centrale
fin dal Bismark. Sia lo stato che i comuni fornirono
servizi. E’ da notare come Heidegger sviluppa la visione
di una stato che protegge il più debole e fragile
proprio nell’ambito della cultura negativa del nazismo.
Il cittadino era soddisfatto. Si crearono dei monopoli
naturali e veniva applicati il principio di sussidiarietà
dove lo stato interveniva solo laddove attori a più
basso livello istituzionale non erano in grado di gestire
con successo. Il processo di privatizzazione è
stato diverso per i laender dell’ovest e quelli dell’est.
Per l’est si trattava di privatizzare un'intera economia.
La Treuhandanstalt,
il servizio fiduciario che condusse le privatizzazioni,
privatizzò 25,000 aziende maggiori e altrettante
piccole imprese (cinema, negozi, etc.). Furono creati
1,500,000 posti di lavoro. L’esperto ha intenzionalmente
fatto un breve accenno lievemente sarcastico nel precisare
che non si è stabilito quanti posti di lavoro
furono contemporaneamente distrutti. Lo stato profuse
una gran quantità di soldi. Nel 1994 la Treuhandanstalt
venne chiusa. La perdurante miseria all’est viene oggi
attribuita al crollo del sistema organizzativo dell’Unione
Sovietica e alla scelta di attribuire pari
valore ai marchi dell’est e dell’ovest. Per quanto riguarda
la Germania ovest dal 1984 si sono fatte molte vendite.
C’è stata la privatizzazione di enti federali.
Nel 1994 è stata fatta una legge per le poste
dividendola in tre società per azioni che si
occupano di trasporti, attività bancarie e telecomunicazioni.
In Germania è stata risolta una lunga controversia
stabilendo che il diritto privato non si piega di fronte
alle esigenze dello stato. Con la legge sulle telecomunicazioni
e sulle poste si è stabilito che “lo
stato non deve remare ma deve guidare”. Lo
stato quindi si ritira ma mantiene la responsabilità.
Si deve assicurare la concorrenza. Ci deve essere uno
stretto controllo e probabilmente ci dovrà essere
un nuovo tipo di diritto amministrativo. E’ stata creata
una autorità specifica ma essa non è totalmente
indipendente dal potere politico perché ciò
è anticostituzionale eccezion fatta per la banca
centrale. Il mantenimento da parte dello stato dell’influenza
sulle banche è un fattore positivo. Il 29% delle
poste è stato venduto. Le privatizzazioni sono
state fatte per fini fiscali. In Germania i comuni hanno
problemi di bilancio: devono ridurre i servizi e quindi
vendono.
Ha poi preso la parola Luis
Ortega dell’univeristà di Castiglia
sottolineando come l’invito a partecipare a questo convegno,
che venti anni fa non sarebbe stato fatto, testimonia
del successo spagnolo in campo economico. Tale successo
è stato dovuto alla privatizzazione. Ciò
conferma il modo di vedere di Napoleone che il migliore
argomento è la vittoria.
E’ quindi intervenuto [nome e
cognome]. L’IRI nacque in seguito alla crisi del 1929.
L’Italia oggi non ha grandi gruppi. Per gli stati è
molto importante, nel processo di privatizzazione, a
che prezzo si riescono a vendere le aziende.
Ha preso quindi la parola Giulio
Tremonti. Esaminando le entrate fiscali del
1870 si vede che sono uguali alle entrate patrimoniali
[cioè tutte le tasse venivano impiegate per aumentare
i beni dello stato, ndr]. Con la cartolarizzazione si
intende esprimere un simile concetto. La privatizzazione
è il processo opposto. Essa comporta il passaggio
delle aziende da enti a società per azioni, cioè
il capitalismo per eccellenza. Oggi vi è una
crisi della ideologia delle privatizzazioni. Tremonti
ha sostenuto che per spiegare la crisi si
dovrebbero comprendere fenomeni enormemente complessi.
Ha ipotizzato la necessità di un new
deal ed ha concluso affermando che si seguirà
la logica “mercato quando opportuno,
pubblico se necessario”.
Il ministro del tesoro polacco,
Wieslaw Kaczmarek,
ha ricordato che con il tavolo rotondo del 1990 si passò
in Polonia da una economia completamente pianificata
e controllata dal collettivo dei sindacati alle public
companies. Per fare questo fu necessario introdurre
il concetto di azioni di borsa. Cinquemila aziende vennero
privatizzate ma senza introdurre la necessaria struttura
giuridica. Esistevano solo due leggi: il codice del
commercio e la legge sulle privatizzazioni. Non vi erano
le professionalità per la competizione, l’orientamento
verso il mercato. Quindi l’evoluzione non si può
paragonare a quella degli altri paesi europei. I sindacati
furono i protagonisti della rivoluzione ed avevano il
controllo della situazione. Dopo 12 anni il 70% delle
aziende è vicina alla bancarotta. Il 72% del
GDP polacco è prodotto da aziende privatizzate.
Il goal è di ridurre ulteriormente la presenza
dello stato. L’investimento straniero in Polonia è
oggi di 56 miliardi di dollari (non euro) all’anno da
confrontare con un milione di dollari all’anno precedentemente.
Delle 69 banche commerciali che operano nel paese solo
6 sono controllate dallo stato. Tali 6 banche sono necessarie
come consulenti dello stato nei processi futuri. C’è
ancora bisogno di trovare investitori per la fortissima
industria dell’acciaio polacca, retaggio dell’organizzazione
del Comecon che
attribuiva alla Polonia la responsabilità della
produzione di acciaio. Comunque non si privatizzerà
più giusto per privatizzare. Nel 1991 la Polonia
voleva privatizzare tutto in tre anni. La privatizzazione
non è un problema economico, bensì un
programma sociale. Alla presenza di Romano
Prodi il ministro polacco ha affermato che
in Polonia gli introiti ricavati dalle privatizzazioni
verranno usati per sovvenzionare la produzione di gas.
La Polonia è al 75% del suo processo di privatizzazione.
Ignacio
Ruiz Jarabo Colomer, presidente della società
statale spagnola per le partecipazioni statali ha affermato
che il processo di privatizzazione sta subendo un rallentamento.
Ha messo in evidenza che per quantizzare le privatizzazioni
non si deve usare come parametro il prezzo di vendita.
Ha fatto l’esempio della società Aerolineas
Argentinas che è stata privatizzata
per un euro. Non menzionando i problemi del mercato
elettrico, ha affermato che in Spagna le privatizzazioni
sono state un fatto positivo per tutti i parametri.
Intendendo rispondere ad un precedente oratore, ha portato
la Spagna ad esempio perché la fabbrica che produce
le munizioni per la Spagna è ora una società
americana, la General Dynamics.
Egli non ha elaborato il concetto. Ha sollevato un interessante
punto affermando che l’Europa delle imprese europee
deve ancora essere costruita.
Ha concluso i lavori il presidente
della commissione europea,
Romano Prodi, già presidente dell’IRI.
Le privatizzazioni hanno cambiato la struttura politica
e sociale europea. Dappertutto è stato ridotto
il contributo pubblico nelle economie miste. Ma nell’ultimo
biennio tutto è andato in crisi. Il problema
viene attribuito alle borse. Ciò che era appetibile
per il mercato (tranne EdF) è stato privatizzato.
Le ferrovie inglesi non hanno trovato una collocazione
sul mercato. “Oggi non abbiamo
più la mitizzazione folle delle privatizzazioni”.
Il caso Enron ha
mostrato un livello di corruzione superiore a quella
italiana. L’Europa può ora giocare un ruolo perché
sono state fatte le privatizzazioni. L’Europa punterà
su un capitalismo che non sia la ripetizione di quello
americano. Né in Germania né in Italia
le casse di risparmio della comune tradizione che andava
da Firenze ad Amburgo, non sono state privatizzate.
Si deve cercare di rimediare agli errori del capitalismo
moderno. La privatizzazione un po’ c’è stata,
ma la liberalizzazione no. La concorrenza è aumentata.
Dopo il Regno Unito, il paese che ha privatizzato di
più [in tempi meno felici, ndr] è stato
l’Italia. Alcune privatizzazioni l’Italia le fece già
negli anni ottanta quando privatizzare era molto più
difficile perché non c’era l’euro e le industrie
coinvolte, con 25,000 dipendenti, perdevano soldi. Si
tratterà per il futuro di correggere i comportamenti
delle aziende e controllare gli aiuti dati dallo stato.
Il trattato europeo in proposito è neutro dal
punto di vista della proprietà. Molte imprese
oggi, se non ricevono aiuti dallo stato, in termini
di appalti, concessioni etc, vanno in fallimento. Le
privatizzazioni non hanno affatto creato nuovi dirigenti
di successo. Il contributo delle privatizzazioni alle
casse dello stato negli anni dal 1992 al 2000 è
stato molto forte. Il processo di privatizzazione è
stato reso possibile dalle nuove tecnologie (e.g. la
telefonia). Oggi l’Europa non ha strumenti validi per
creare una valida regolamentazione. Negli USA invece
è stato possibile reagire prontamente al caso
Enron con la opportuna regolamentazione.
Nota
del redattore ALCESTE RILLI
In Italia la ostinazione a creare
artificiali concorrenti continua nonostante da tempo
negli Stati Uniti si sia riconosciuta come fallimentare
tale scelta ideologica, con il tentato ritorno delle
baby Bell
ad AT&T e della General
Electric al suo core business.
Pur riconoscendo che i toni autocelebratori
dei protagonisti delle privatizzazioni, che riempivano
la sala, sono stati tenuti al minimo, non si è
data grande enfasi alla drammatica distruzione di risparmio
verificatasi. Dentro la sala, se fossero rimasti prigionieri
del proprio mito, avrebbero dovuto essere presenti molte
vittime di questa distruzione di risparmio. A meno che
la profonda conoscenza dei fatti più intimi,
ma mai “insider”, non abbia salvato tali esperti dalla
sorte di molti altri.
Nel convegno si è detto
“Noi le privatizzazioni le abbiamo fatte bene, è
stata una catastrofe solo per colpa delle azioni che
sono crollate”. Anche e soprattutto nelle economie non
pianificate si ha il dovere di cercare di prevedere
gli effetti delle proprie decisioni. E’ ovvio che l’immissione
di fortissime quantità di beni fatalmente farà
diminuire il valore che i mercati attribuiranno ai beni
medesimi. E’ questa la causa principale della caduta
del valore delle azioni. Un esempio chiaro è
stato fornito da uno degli intereventi in cui si è
detto dei due grattacieli che prima ospitavano il ministero
delle finanze e che verranno ora messi sul mercato e
potrebbero, a caso, divenire anche degli alberghi. L’idea
che sbattere così sul mercato tali strutture
senza i tempi propri per la metabolizzazione possa creare
forte perturbativa in basso del valore delle azioni
degli alberghi non sembra essere entrata a far parte
delle considerazioni su tale decisione. Il valore delle
azioni non è crollato per disgrazia, ma proprio
come diretta conseguenza del dumping
di tante strutture non metabolizzabili dal mercato.
Senza contare che dirigenti competenti non si creano
quando cade tanta manna dal cielo. Quindi la caduta
dei valori di borsa è una conseguenza diretta
delle privatizzazioni. Questo è poi esacerbato
dalla concomitanza di altre cause congiunturali come
la fine della creazione di ricchezza per l’ovest da
parte dell’Unione Sovietica, l’inizio delle politiche
aziendali dei risparmi contabili (l’esatto opposto dell’imprenditorialità)[1],
l’enorme quantità di risparmi distrutta nella
fittizia nuova economia, l’attacco portato con l’enorme
capitale arabo. La corruzione è stata come conseguenza
denunciata perché non si è più
potuto continuare a dichiarare risultati portentosi.
Nel gioco del biliardo per segnare
un punto è necessario prima dichiarare in quale
buca si intende mandare la palla. In questo caso delle
privatizzazioni gli obiettivi per poter dichiarare un
successo non sono neanche stati dichiarati; così
di fronte alla perdita del 90% del valore delle azioni
ci si può anche amenamente chiedere se si tratti
di una catastrofe o semplicemente della fine di un ciclo.
Che i valori si rialzeranno è certo, ma il fallimento
totale rimane.
Per il
caso Enel
vale la pena di ricordare che Enel fu obbligata
a vendere entro una certa data. Un modo di fare contrario
a tutte le più elementari regole del mercato.
Un azionista che impone alla sua azienda una data per
la vendita è un azionista suicida. Le azioni
Enel inoltre sono deboli (nonostante gli aiuti artati
come l’annullamento dei crediti fiscali) perché,
nonostante Enel occupi un mercato molto appetibile (con
le tariffe elettriche più alte nel mondo), a
causa della rinuncia a produrre energia nucleare, ha
un costo reale di produzione del kWh che è un
ordine di grandezza superiore a quello dei concorrenti.
Un altro caso è
la Fiat la quale, sapendo di avere i costi
indotti dall’energia (compresi i mancati introiti di
chi deve comprare le sue auto) esorbitanti rispetto
alla concorrenza (ogni azienda può operare nel
mondo solo se ha una solida base nel suo paese), ha
dovuto cercare di fare di tutto per evitare l’entrata
nell’euro.
Nel “processo di privatizzazione”
si è ignorato quanto insegna George
Will e cioè che nel capitalismo maturo
il libero mercato è un progetto governativo (abbiamo
sentito parlare di libero mercato finché ci sono
state le regole del forte governo USA).
Una prospettiva raccapricciante
si è avuta dalle dichiarate intenzioni, siccome
non si avrà più il consenso dei singoli
cittadini a comprare azioni, di vincere la riluttanza
dei privati attraverso il forzato prelievo, da parte
delle banche, dei fondi pensione (e se tutto continua
così la loro distruzione). Più che la
vittoria del pensiero di Ayn
Rand, sembra il trionfo della più
deteriore burocrazia “pubblica” con le sue manone e
manacce.
Si noti che, per chi acquisì
le aziende, far crollare il valore delle azioni significa
annullare il valore del debito contratto.
[1]
Si sono veramente seguite le gesta di colui il quale
aveva addestrato il suo somaro a non mangiare:
“adesso che c’ero riuscito è morto”.
Per il momento si può sperare che sia solo svenuto.