11/05/2003



 


LA NONA CRISI PETROLIFERA E' VICINA

di Paolo Fornaciari

Se il 1800 era stato il secolo del carbone - all'inizio del 1900, copriva ancora il 60% dell'energia fornita dalle fonti fossili a livello mondiale - che con la macchina a vapore di James Watt aveva lanciato l'industria tessile e la rivoluzione industriale e, con la locomotiva di Stephenson, aveva reso possibile in America la conquista del West, il 1900 sarà invece, nel bene e nel male, il secolo del petrolio. Nel bene, perché l'"oro nero", come il petrolio verrà chiamato, sarà la materia prima più importante per lo sviluppo industriale ed economico dell'Occidente ; nel male, perché la maggior parte, se non la totalità dei conflitti e delle guerre, specie nella seconda metà del secolo passato, sono riconducibili al possesso e al controllo delle risorse petrolifere, concentrate in massima parte nell'area Medio-Orientale. Ma oggi, anche se i maggiori leader politici mondiali sembrano non prestarvi attenzione, l'era del petrolio, probabilmente, sta per finire. Forse è già finita. Non siamo in presenza dell' esaurimento delle fonti energetiche, evocato 30 anni or sono dal Club di Roma, ma il prezzo è destinato ad aumentare ulteriormente. Zaki Yamani, già potente Ministro del petrolio e delle Risorse Minerarie dell'Arabia Saudita negli anni '60 e '70, usava dire : "L'età della pietra non finì per mancanza di pietre", così l'età del petrolio non finirà per mancanza di petrolio" e aveva erroneamente profetizzato la fine dello strapotere dell'OPEC (l'Organizzazione dei Paesi Produttori ed Esportatori di petrolio. Ma potrebbe finire per motivi di costo. Quattro anni fa eravamo reduci da un periodo eccezionale e fortunato durato oltre un anno (Gennaio '98 - Marzo '99) di petrolio a basso prezzo (10/13$/b) e i maggiori esperti ed analisti petroliferi internazionali, quali Neil Atkinson, Peter Davis, Robert Mabro, Peter Odell, Ken Koyama e il nostro Marcello Colitti, vagheggiavano una "nuova era" a bassi prezzi del greggio.
Poi la situazione è improvvisamente cambiata : i "dieci fratelli", i Paesi produttori ed esportatori di petrolio dell'OPEC - undici con il Venezuela - con la complicità delle "sette sorelle", le Grandi Compagnie petrolifere di Enrico Mattei, si sono messi a fare sul serio. Hanno verificato che riducendo la produzione del 15% avrebbero potuto ottenere un aumento delle entrate finanziarie del 150% e così il prezzo del greggio è schizzato da 10 $/b di Giugno '98 ad oltre 30 nel breve volgere di 20 mesi. Come si può dar loro torto? Certo sarà sleale, ingiusto o inaccettabile dal punto di vista etico, perché arreca danni specialmente ai Paesi più poveri, ma è possibile, sopra tutto perché in campo petrolifero non c'è "mercato", ma c'è "cartello". Ma quale mercato ci può essere, fin tanto che alcuni produttori possiedono più di due terzi delle riserve mondiali di petrolio e fino a quando si comportano come un cartello più che come singoli ? Il mercato non è di libera concorrenza sia che il prezzo sia 10 o 30 dollari al barile! E noi, e solo noi, che siamo eccessivamente "petrolio- dipendenti" nella generazione elettrica (il prezzo del gas segue seppur con un ritardo tecnico quello del greggio) ne risentiamo le pesanti conseguenze.
Con incrollabile perseveranza si è continuato tuttavia a sostenere che l'inflazione è dovuta alla posizione dominante dei monopoli energetici pubblici, al modesto funzionamento della concorrenza e al mancato completamento del processo di liberalizzazione del settore energetico.
Si è discusso molto, in questi anni, della perdita di competitività del nostro Paese.
Confindustria sembra condividere la stessa preoccupazione. Il ponderoso studio di quasi 200 pagine dal titolo "Azioni per la competitività", presentato a Parma il 16/17 Marzo 2001, classifica l'Italia, come già aveva fatto il precedente Ottobre il Rapporto "World competitivness yearbook" della prestigiosa "business school" svizzera Imd di Losanna, all'ultimo posto per competitività, a livello di Grecia e Portogallo e, secondo la Società di consulenza internazionale National Utility Service (NUS), il prezzo dell'energia elettrica in Italia, resta per le imprese italiane il più caro, pari a 8.48 centesimi di euro contro i 6.09 della Francia e i 3.57 della Svezia e classifica il nostro Paese per il "caro energia" al 44mo posto su 49 Paesi censiti. Il completamento del processo di liberalizzazione e privatizzazione del settore energetico non basta a consentire la riduzione delle bollette di elettricità e gas. Non a caso il Ministro dell'Economia francese Laurent Fabius ha affermato : "Molte privatizzazioni di aziende pubbliche e molte aperture del mercato in Europa, sono state fatte senza tenere in debito conto la clientela, tanto che sovente le tariffe e le bollette sono aumentate". Secondo una recente indagine europea, la Germania, infatti, dopo essere stato uno dei Paesi con il costo dell'energia elettrica più basso in Europa, ha subito nell'anno considerato dalla ricerca (aprile 2001-aprile 2002) un aumento superiore al 16%, che è il maggior aumento che si ricordi negli ultimi tempi. Per non parlare poi della crisi energetica e dei "blackouts"della California! Secondo il sociologo Giuseppe De Rita, che parla di stanchezza e di diffidenza verso l'Unione Europea : "abbiamo creato il mito della liberalizzazione, del mercato che vince sempre, mentre quello che ci serve é un po' più di sana cultura statale. Paghiamo l'aver tradito la logica dell\'economia mista". E ancora, come diceva Luigi Einaudi: "La gestione da parte dello Stato dei servizi pubblici assicura risultati che non si possono sempre concretare in moneta, ma sono vantaggi indiscutibili per la civiltà delle nazioni". Se la perdita di competitività è generalmente condivisa, o quasi , non c'è invece consenso e unanimità di vedute sulle cause e sulle azioni da intraprendere. Politici, industriali ed economisti sono convinti che le liberalizzazioni in corso nel settore energetico potranno consentire la riduzione delle tariffe, come è avvenuto in Germania, Regno Unito e Spagna. Alla fiducia, eccessiva nei benefici ottenibili con il completamento del processo di liberalizzazione del settore energetico, si aggiunge anche l'ottimismo per le nuove centrali a gas a ciclo combinato. Se questa era una scelta valida venti anni or sono quando la proponevano i Presidenti dell'ENI, il Prof. Franco Reviglio e l'Ing. Gabriele Cagliari, in relazione al maggior rendimento ottenibile ed il prezzo del gas era meno di 200 Lire/mc, oggi la situazione è profondamente diversa. E i prezzi degli idrocarburi sono destinati a salire anche in futuro. Che fare? Più che "liberalizzare" e "privatizzare" si dovrebbero "diversificare" le fonti : usare anche noi più carbone e ritornare in fretta al nucleare, le due fonti energetiche più usate in Europa per la produzione di energia elettrica. Il consumo energetico mondiale da oggi alla metà del prossimo secolo è valutabile in almeno 700 miliardi di tep e se si usassero solo idrocarburi, si consumerebbe più del doppio di tutte le riserve economicamente estraibili oggi accertate (275 Gtep). E il prezzo del barile è destinato a salire anche in futuro : l'aumento della domanda di petrolio previsto del 40% nei prossimi 20 anni, essendo i pozzi petroliferi occidentali, a partire da quelli del Mare del Nord, al massimo della loro capacità produttiva se non in leggero declino, richiederebbe un assai improbabile raddoppio della produzione petrolifera OPEC per far fronte all'aumento della domanda. Il fatto che la produzione OPEC possa passare dai 30 milioni di barili al giorno di oggi ai 65 di domani che ipotizza il Rapporto IEA, non è facile o difficile, ma semplicemente impossibile ! Val la pena di ricordare che, in conseguenza della crisi petrolifera del 1973, tutti gli altri Paesi, specialmente europei, hanno sostituito il petrolio con carbone e nucleare che oggi contribuiscono alla produzione di elettricità per il 77% : la Francia ha ridotto il consumo di petrolio dal 45% al 2%, la Germania dal 23% all'1.5%, la Svezia dal 19% al 3%, il Belgio dal 78% al 15%. Noi invece, e solo noi, siamo passati dal 64% al 69%! L'abbondanza delle risorse, la grande fiducia nel mercato, i bassi prezzi dell'energia, avevano negli ultimi anni, indotto negli anni scorsi ad un facile ottimismo. Oggi invece altri ed ancor più autorevoli esperti, quali il geologo Dr. Colin Campbell, Kenneth S. Deffeyes, Professore alla Università Princeton del New Jersey e Gerald Leach, Sindaco di Marshall, Missouri dal 1959 al 1981, ritengono che il picco della produzione petrolifera mondiale (picco di Hubbert) si verificherà tra il 2005 e il 2010, dopo di che il divario tra domanda e produzione si allargherà al ritmo di 2Mb/g all'anno. Secondo la "formuletta" del Prof. Riccardo Varvelli del Politecnico di Torino, ciò potrebbe significare un aumento del prezzo del barile di 6$ all'anno e quindi un raddoppio del prezzo attuale in cinque anni! Per noi, e solo per noi, che siamo eccessivamente "idrocarburi dipendenti" nella generazione elettrica, sarebbe un vero disastro.

WORLD OIL CRISIS

1917 - Gli inglesi bloccati a Kut per la Guerra del petrolio
1951 - Anglo Iranian Oil Company nationalized by Mussadegh ( first postwar oil crisis)
1956 - First Suez crisis : (second postwar oil crisis).
1967 - Second Suez crisis : Six Day War : Suez Canal closed (third postwar oil crisis)
1973 - Kippur war : in 1973 an Arab embargo sent oil prices soaring,
1979/87 - Iraq-Iran war : the eight years war
1986 - Oil price crash
1990/91 - Gulf war : the Desert storm
1998 - Afghanistan and Sudan wars
2003 - USA-Iraq war


 

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