Se il 1800 era stato il secolo
del carbone - all'inizio del 1900, copriva ancora il
60% dell'energia fornita dalle fonti fossili a livello
mondiale - che con la macchina a vapore di James
Watt aveva lanciato l'industria tessile e
la rivoluzione industriale e, con la locomotiva di Stephenson,
aveva reso possibile in America la conquista del West,
il 1900 sarà invece, nel bene e nel male, il
secolo del petrolio. Nel bene, perché l'"oro
nero", come il petrolio verrà
chiamato, sarà la materia prima più importante
per lo sviluppo industriale ed economico dell'Occidente
; nel male, perché la maggior parte, se non la
totalità dei conflitti e delle guerre, specie
nella seconda metà del secolo passato, sono riconducibili
al possesso e al controllo delle risorse petrolifere,
concentrate in massima parte nell'area Medio-Orientale.
Ma oggi, anche se i maggiori leader politici mondiali
sembrano non prestarvi attenzione, l'era del petrolio,
probabilmente, sta per finire. Forse è già
finita. Non siamo in presenza dell' esaurimento delle
fonti energetiche, evocato 30 anni or sono dal Club
di Roma, ma il prezzo è destinato ad aumentare
ulteriormente. Zaki Yamani, già potente Ministro
del petrolio e delle Risorse Minerarie dell'Arabia Saudita
negli anni '60 e '70, usava dire : "L'età
della pietra non finì per mancanza di pietre",
così l'età del petrolio non finirà
per mancanza di petrolio" e aveva erroneamente
profetizzato la fine dello strapotere dell'OPEC
(l'Organizzazione dei Paesi Produttori ed Esportatori
di petrolio. Ma potrebbe finire per motivi di costo.
Quattro anni fa eravamo reduci da un periodo eccezionale
e fortunato durato oltre un anno (Gennaio '98 - Marzo
'99) di petrolio a basso prezzo (10/13$/b) e i maggiori
esperti ed analisti petroliferi internazionali, quali
Neil Atkinson, Peter Davis, Robert Mabro, Peter Odell,
Ken Koyama e il nostro Marcello Colitti, vagheggiavano
una "nuova era" a bassi prezzi del greggio.
Poi la situazione è improvvisamente cambiata
: i "dieci fratelli", i Paesi produttori ed
esportatori di petrolio dell'OPEC - undici con il Venezuela
- con la complicità delle "sette sorelle",
le Grandi Compagnie petrolifere di Enrico
Mattei, si sono messi a fare sul serio. Hanno
verificato che riducendo la produzione del 15% avrebbero
potuto ottenere un aumento delle entrate finanziarie
del 150% e così il prezzo del greggio è
schizzato da 10 $/b di Giugno '98 ad oltre 30 nel breve
volgere di 20 mesi. Come si può dar loro torto?
Certo sarà sleale, ingiusto o inaccettabile dal
punto di vista etico, perché arreca danni specialmente
ai Paesi più poveri, ma è possibile, sopra
tutto perché in campo petrolifero non c'è
"mercato", ma c'è "cartello".
Ma quale mercato ci può essere, fin tanto che
alcuni produttori possiedono più di due terzi
delle riserve mondiali di petrolio e fino a quando si
comportano come un cartello più che come singoli
? Il mercato non è di libera concorrenza sia
che il prezzo sia 10 o 30 dollari al barile! E noi,
e solo noi, che siamo eccessivamente "petrolio-
dipendenti" nella generazione elettrica (il prezzo
del gas segue seppur con un ritardo tecnico quello del
greggio) ne risentiamo le pesanti conseguenze.
Con incrollabile perseveranza si è continuato
tuttavia a sostenere che l'inflazione è dovuta
alla posizione dominante dei monopoli energetici pubblici,
al modesto funzionamento della concorrenza e al mancato
completamento del processo di liberalizzazione del settore
energetico.
Si è discusso molto, in questi anni, della perdita
di competitività del nostro Paese.
Confindustria sembra condividere la stessa preoccupazione.
Il ponderoso studio di quasi 200 pagine dal titolo "Azioni
per la competitività", presentato
a Parma il 16/17 Marzo 2001, classifica l'Italia, come
già aveva fatto il precedente Ottobre il Rapporto
"World competitivness yearbook" della prestigiosa
"business school" svizzera Imd di Losanna,
all'ultimo posto per competitività, a livello
di Grecia e Portogallo e, secondo la Società
di consulenza internazionale National Utility Service
(NUS), il prezzo dell'energia elettrica in Italia, resta
per le imprese italiane il più caro, pari a 8.48
centesimi di euro contro i 6.09 della Francia e i 3.57
della Svezia e classifica il nostro Paese per il "caro
energia" al 44mo posto su 49 Paesi censiti. Il
completamento del processo di liberalizzazione e privatizzazione
del settore energetico non basta a consentire la riduzione
delle bollette di elettricità e gas. Non a caso
il Ministro dell'Economia francese Laurent Fabius ha
affermato : "Molte privatizzazioni di aziende pubbliche
e molte aperture del mercato in Europa, sono state fatte
senza tenere in debito conto la clientela, tanto che
sovente le tariffe e le bollette sono aumentate".
Secondo una recente indagine europea, la Germania, infatti,
dopo essere stato uno dei Paesi con il costo dell'energia
elettrica più basso in Europa, ha subito nell'anno
considerato dalla ricerca (aprile 2001-aprile 2002)
un aumento superiore al 16%, che è il maggior
aumento che si ricordi negli ultimi tempi. Per non parlare
poi della crisi energetica e dei "blackouts"della
California! Secondo il sociologo Giuseppe De Rita, che
parla di stanchezza e di diffidenza verso l'Unione Europea
: "abbiamo creato il mito della liberalizzazione,
del mercato che vince sempre, mentre quello che ci serve
é un po' più di sana cultura statale.
Paghiamo l'aver tradito la logica dell\'economia mista".
E ancora, come diceva Luigi Einaudi: "La gestione
da parte dello Stato dei servizi pubblici assicura risultati
che non si possono sempre concretare in moneta, ma sono
vantaggi indiscutibili per la civiltà delle nazioni".
Se la perdita di competitività è generalmente
condivisa, o quasi , non c'è invece consenso
e unanimità di vedute sulle cause e sulle azioni
da intraprendere. Politici, industriali ed economisti
sono convinti che le liberalizzazioni in corso nel settore
energetico potranno consentire la riduzione delle tariffe,
come è avvenuto in Germania, Regno Unito e Spagna.
Alla fiducia, eccessiva nei benefici ottenibili con
il completamento del processo di liberalizzazione del
settore energetico, si aggiunge anche l'ottimismo per
le nuove centrali a gas a ciclo combinato. Se questa
era una scelta valida venti anni or sono quando la proponevano
i Presidenti dell'ENI, il Prof. Franco Reviglio e l'Ing.
Gabriele Cagliari, in relazione al maggior rendimento
ottenibile ed il prezzo del gas era meno di 200 Lire/mc,
oggi la situazione è profondamente diversa. E
i prezzi degli idrocarburi sono destinati a salire anche
in futuro. Che fare? Più che "liberalizzare"
e "privatizzare"
si dovrebbero "diversificare"
le fonti : usare anche noi più carbone e ritornare
in fretta al nucleare, le due fonti energetiche più
usate in Europa per la produzione di energia elettrica.
Il consumo energetico mondiale da oggi alla metà
del prossimo secolo è valutabile in almeno 700
miliardi di tep e se si usassero solo idrocarburi, si
consumerebbe più del doppio di tutte le riserve
economicamente estraibili oggi accertate (275 Gtep).
E il prezzo del barile è destinato a salire anche
in futuro : l'aumento della domanda di petrolio previsto
del 40% nei prossimi 20 anni, essendo i pozzi petroliferi
occidentali, a partire da quelli del Mare del Nord,
al massimo della loro capacità produttiva se
non in leggero declino, richiederebbe un assai improbabile
raddoppio della produzione petrolifera OPEC per far
fronte all'aumento della domanda. Il fatto che la produzione
OPEC possa passare dai 30 milioni di barili al giorno
di oggi ai 65 di domani che ipotizza il Rapporto
IEA, non è facile o difficile, ma
semplicemente impossibile ! Val la pena di ricordare
che, in conseguenza della crisi petrolifera del 1973,
tutti gli altri Paesi, specialmente europei, hanno sostituito
il petrolio con carbone e nucleare che oggi contribuiscono
alla produzione di elettricità per il 77% : la
Francia ha ridotto il consumo di petrolio dal 45% al
2%, la Germania dal 23% all'1.5%, la Svezia dal 19%
al 3%, il Belgio dal 78% al 15%. Noi invece, e solo
noi, siamo passati dal 64% al 69%! L'abbondanza delle
risorse, la grande fiducia nel mercato, i bassi prezzi
dell'energia, avevano negli ultimi anni, indotto negli
anni scorsi ad un facile ottimismo. Oggi invece altri
ed ancor più autorevoli esperti, quali il geologo
Dr. Colin Campbell, Kenneth S. Deffeyes, Professore
alla Università Princeton del New Jersey e Gerald
Leach, Sindaco di Marshall, Missouri dal 1959 al 1981,
ritengono che il picco della produzione petrolifera
mondiale (picco di Hubbert) si verificherà tra
il 2005 e il 2010, dopo di che il divario tra domanda
e produzione si allargherà al ritmo di 2Mb/g
all'anno. Secondo la "formuletta" del Prof.
Riccardo Varvelli del Politecnico di Torino, ciò
potrebbe significare un aumento del prezzo del barile
di 6$ all'anno e quindi un raddoppio del prezzo attuale
in cinque anni! Per noi, e solo per noi, che siamo eccessivamente
"idrocarburi dipendenti"
nella generazione elettrica, sarebbe un vero
disastro.