24/12/2003



 


 

L’impegno delle nostre Forze Armate in Kossovo:

si lavora per andare via il prima possibile

secondo da sinistra  schermo:Massimo Sarmisimo

Inugurato a Pec un Ufficio Militare all’Estero delle Poste Italiane

Si lavora per andare via il prima possibile, ma questa intenzione contrasta con la realtà locale che impone tempi lunghi per modificare profondamente una radicata cultura e rendere possibile una civile convivenza pacifica autonoma, soprattutto non garantita e fatta rispettare da forze esterne. Ci riferiamo alla ex Jugoslavia, in particolare al Kossovo dove ci siamo recati in occasione dell’inaugurazione presso “Villaggio Italia”, la base “provvisoria” di lungo periodo che l’Esercito sta realizzando a Belo Polje, sulle alture che sovrastano la città kossovara di Pec, di un Ufficio Militare all’Estero delle Poste Italiane, gestito da personale delle Poste richiamato in servizio con turni di 180 giorni nell’ambito della Forze di Completamento (un primo abbozzo di Riserva), attraverso il quale è possibile fruire, e con gli stessi costi, di tutti i servizi che l’Azienda fornisce agli utenti sul territorio nazionale. Questo vero e proprio pezzo d’Italia all’Estero è stato inaugurato dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Giulio Fraticelli e dall’Amministratore Delegato di Poste Italiane Massimo Sarmi. Alla cerimonia eravamo presenti grazie alla cortesia dello Stato Maggiore Esercito, che ci ha accordato un passaggio aereo a seguito di un posto resosi disponibile. L’impegno delle nostre Forze Armate, in Kossovo come in altre realtà, è quello di creare le condizioni per andare via il prima possibile. Esse infatti non si sostituiscono alle Autorità locali, ma si sforzano di metterle in condizione di operare autonomamente secondo regole civili e democratiche. Ad esempio, i Carabinieri che pure godono d’altissima stima tra la popolazione, Base italiana "Villaggio Italia"non operano mai da soli e nei pattugliamenti, che sono sempre congiunti, lasciano i controlli effettivi e le misure coercitive ai locali, che verificano i documenti, operano fermi ed arresti, istituiscono processi. Le polizie locali non godono però la fiducia della popolazione che preferisce rivolgersi e chiedere l’intervento dei Carabinieri persino per questioni banali, quali liti familiari. Perché questo avviene? In parte perché le polizie locali non riescono a liberarsi della vecchia atavica cultura, che le fa sentire partigiane e a volte anche in vario modo influenzabili, in parte e forse soprattutto perché i Carabinieri, nonostante questo li esponga a maggiori rischi, hanno fatto la scelta di stare con la gente e tra la gente, come avviene in Italia nelle nostre piccole Stazioni di provincia. La loro sicurezza viene affidata alla stima ed al consenso che sono riusciti a conquistarsi tra le popolazioni locali, un deterrente che le varie fazioni in lotta non osano sfidare. Questo loro approccio al rapporto con la gente è stato invece duramente pagato a Nassiryia.
Le altre Forze Armate, in particolare l’Esercito la cui base abbiamo visitato in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’Ufficio Postale, hanno un approccio alla sicurezza più convenzionale sotto il profilo militare, con guardie armate e pattugliamenti con mezzi blindati delle infrastrutture; il loro compito è favorire il processo di normalizzazione garantendo quella sicurezza militare che rende anche possibile ai Carabinieri di comportarsi come Forza di Polizia di prossimità, nonostante la loro natura ed organizzazione militare. Comunque, nonostante il diverso approccio alla sicurezza delle infrastrutture e del personale, la disponibilità verso la società esterna, che li ospita, è la medesima. Sebbene siano state fatte generose dotazioni d’apparecchiature e materiali ai locali, sono le strutture sanitarie campali, quelle dei medici militari e delle crocerossine, che svolgono in quell’area funzione sanitaria pubblica di base. Competenze e tratto umano non s’improvvisano e quelle strutture locali che ci stiamo  Kossovo: città di Pec vista dalla base italiana "Villaggio Italia"impegnando a rendere autonome, nonostante la nostra assistenza e la generosa abnegazione del nostro personale (uomini e donne), hanno difficoltà a rendersi credibili ed efficienti. Senza la presenza dei nostri militari la qualità della vita nell’area sarebbe destinata a subire un grave degrado e, probabilmente, verrebbe compromesso quanto si è già fatto, anche materialmente come testimoniano i numerosissimi cantieri di un’edilizia abitativa che sembra volere coniugare alle primarie necessità, peraltro in stretto rapporto con la terra e l’ambiente, anche piacevolezza e senso estetico. A ricordarci della mitica “Radio West”, ancora ascoltatissima ed attivamente in funzione, è il suo attuale direttore, il capitano Marco Bucaioni, che ci ricorda l’esistenza del un numero verde 800.25.00.25 attraverso il quale si può contattare l’emittente per dialogare con i nostri connazionali che prestano servizio in Kossovo. Un servizio che in maniera particolare viene a soddisfare le esigenze che i familiari dei militari hanno di sentirli e farli sentire vicini. La citazione di “Radio West” ci porta a fare una considerazione sulla situazione irachena. Perché non creare anche in quell’area, almeno nel settore di nostra competenza, un’emittente omologa in lingua italiana e locale, che consenta di avviare quel dialogo con la popolazione che è stato decisivo quando anche in Kossovo stavano per manifestarsi pericolose tensioni? È questo un nostro suggerimento per il Ministero della Difesa e per lo Stato Maggiore. Potremmo chiamarla “Radio Fraternità” oppure “Radio Fratellanza Universale”, concetto che potrebbe accomunare, anche culturalmente, islamici ed occidentali.

GIORGIO PRINZI

 

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