Si lavora
per andare via il prima possibile, ma questa intenzione
contrasta con la realtà locale
che
impone tempi lunghi per modificare profondamente
una radicata cultura e rendere possibile una civile
convivenza pacifica autonoma, soprattutto non
garantita e fatta rispettare da forze esterne.
Ci riferiamo alla
ex Jugoslavia, in particolare
al Kossovo
dove ci siamo recati in occasione dell’inaugurazione
presso “Villaggio
Italia”, la base “provvisoria”
di lungo periodo che l’Esercito sta realizzando
a Belo Polje, sulle alture che sovrastano la città
kossovara di Pec, di un Ufficio Militare all’Estero
delle Poste Italiane, gestito da personale delle
Poste richiamato in servizio con turni di 180
giorni nell’ambito della Forze di Completamento
(un primo abbozzo di Riserva), attraverso il quale
è possibile fruire, e con gli stessi costi,
di tutti i servizi che l’Azienda fornisce agli
utenti sul territorio nazionale. Questo vero e
proprio pezzo d’Italia all’Estero è stato
inaugurato dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito
Giulio Fraticelli
e dall’Amministratore Delegato di Poste Italiane
Massimo Sarmi.
Alla cerimonia eravamo presenti grazie alla cortesia
dello Stato Maggiore Esercito, che ci ha accordato
un passaggio aereo a seguito di un posto resosi
disponibile. L’impegno delle nostre Forze
Armate, in Kossovo come in altre realtà,
è quello di creare le condizioni per
andare via il prima possibile. Esse infatti
non si sostituiscono alle Autorità locali,
ma si sforzano di metterle in condizione di operare
autonomamente secondo regole civili e democratiche.
Ad esempio, i Carabinieri che pure godono d’altissima
stima tra la popolazione,
non
operano mai da soli e nei pattugliamenti, che
sono sempre congiunti, lasciano i controlli effettivi
e le misure coercitive ai locali, che verificano
i documenti, operano fermi ed arresti, istituiscono
processi. Le polizie locali non godono però
la fiducia della popolazione che preferisce rivolgersi
e chiedere l’intervento dei Carabinieri persino
per questioni banali, quali liti familiari. Perché
questo avviene? In parte perché le polizie
locali non riescono a liberarsi della vecchia
atavica cultura, che le fa sentire partigiane
e a volte anche in vario modo influenzabili, in
parte e forse soprattutto perché i Carabinieri,
nonostante questo li esponga a maggiori rischi,
hanno fatto la scelta di stare con la gente e
tra la gente, come avviene in Italia nelle nostre
piccole Stazioni di provincia. La loro sicurezza
viene affidata alla stima ed al consenso che sono
riusciti a conquistarsi tra le popolazioni locali,
un deterrente che le varie fazioni in lotta non
osano sfidare. Questo loro approccio al rapporto
con la gente è stato invece duramente pagato
a Nassiryia.
Le altre Forze Armate, in particolare l’Esercito
la cui base abbiamo visitato in occasione della
cerimonia
di inaugurazione dell’Ufficio
Postale, hanno un approccio alla
sicurezza più convenzionale sotto il profilo
militare, con guardie armate e pattugliamenti
con mezzi blindati delle infrastrutture; il loro
compito è favorire il processo di normalizzazione
garantendo quella sicurezza militare che rende
anche possibile ai Carabinieri di comportarsi
come Forza di Polizia di prossimità, nonostante
la loro natura ed organizzazione militare. Comunque,
nonostante il diverso approccio alla sicurezza
delle infrastrutture e del personale, la disponibilità
verso la società esterna, che li ospita,
è la medesima. Sebbene siano state fatte
generose dotazioni d’apparecchiature e materiali
ai locali, sono le strutture sanitarie campali,
quelle dei medici militari e delle crocerossine,
che svolgono in quell’area funzione sanitaria
pubblica di base. Competenze e tratto umano non
s’improvvisano e quelle strutture locali che ci
stiamo
impegnando
a rendere autonome, nonostante la nostra assistenza
e la generosa abnegazione del nostro personale
(uomini e donne), hanno difficoltà a rendersi
credibili ed efficienti. Senza la presenza dei
nostri militari la qualità della vita nell’area
sarebbe destinata a subire un grave degrado e,
probabilmente, verrebbe compromesso quanto si
è già fatto, anche materialmente
come testimoniano i numerosissimi cantieri di
un’edilizia abitativa che sembra volere coniugare
alle primarie necessità, peraltro in stretto
rapporto con la terra e l’ambiente, anche piacevolezza
e senso estetico. A ricordarci della mitica
“Radio West”, ancora ascoltatissima
ed attivamente in funzione, è il suo attuale
direttore, il capitano Marco
Bucaioni, che ci ricorda l’esistenza
del un numero verde 800.25.00.25
attraverso il quale si può
contattare l’emittente per dialogare con i nostri
connazionali che prestano servizio in Kossovo.
Un servizio che in maniera particolare viene a
soddisfare le esigenze che i familiari dei militari
hanno di sentirli e farli sentire vicini. La citazione
di “Radio West”
ci porta a fare una considerazione sulla situazione
irachena. Perché non creare anche in quell’area,
almeno nel settore di nostra competenza, un’emittente
omologa in lingua italiana e locale, che consenta
di avviare quel dialogo con la popolazione che
è stato decisivo quando anche in Kossovo
stavano per manifestarsi pericolose tensioni?
È questo un nostro suggerimento per il
Ministero della Difesa e per lo Stato Maggiore.
Potremmo chiamarla “Radio
Fraternità” oppure “Radio
Fratellanza Universale”, concetto
che potrebbe accomunare, anche culturalmente,
islamici ed occidentali.
GIORGIO
PRINZI